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Ripacandida e i briganti
Ripacandida fu teatro nel periodo post-unitario (1860/1865) di quel movimento che venne definito brigantaggio da alcuni, e da altri guerra civile, perché questi sono i caratteri che drammaticamente assunse quella rivolta, durò oltre cinque anni ed interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe.
     Il Movimento prese il via nella seconda metà del 1860, allorché, fallito il tentativo di opporsi al governo prodittatoriale, i più ricchi proprietari del Vulture - Melfese, Aquilecchia a Melfi, Fortunato a Rionero, Corbo ad Avigliano, il canonico Rapolla a Venosa, il canonico Maroscia a Ripacandida che ancora si sentivano legati ai Borboni, anche perché delusi dalle promesse del Governo Piemontese, uniformandosi alle direttive dei loro vescovati ai quali il neo Governo aveva confiscato gran parte dei loro beni, pur mostrando un certo apparente consenso ai Piemontesi iniziarono ad organizzare le forze legittimiste. Usando come sede delle loro riunioni il convento di Santa Maria degli Angeli di Atella.
      I primi ad unirsi alle forze legittimiste furono i  ricchi galantuomini protetti e beneficiati dai Borboni, gli impiegati destituiti, gli antichi capi urbani, i militari sbandati, i reduci da Gaeta. A questi si affiancarono gran parte dei contadini i quali  in un primo tempo avevano creduto nelle promesse dei liberali, poi resisi conto di essere stati illusi si avvicinarono a detto movimento legittimista. Avvicinamento giustificato dal fatto che pur essendo scomparso il feudatario, fin dall’inizio del secolo, il contadino rimaneva, sfruttato, umiliato e servo della gleba. Pur non essendoci più i Baroni, rimaneva intatta, la tradizione dei loro soprusi e delle loro prepotenze. Il contadino sapeva che le sue fatiche non gli avrebbe portato prosperità e benessere, sapeva che i prodotti della terra innaffiati con il sudore della sua fronte non sarebbero mai stati suoi, si sentiva condannato a miseria perpetua. Egli viveva scalzo e lacero, deforme e curvato dal disumano lavoro della zappa, in luride ed affumicate stamberghe, si nutriva di legumi e verdure. Oltre alla carne, dalla sua tavola era bandito anche il pane, sostituito da pane di gran turco o di orzo, che gli strozzava la gola. Nessun lume di cultura gli rischiarava la mente, unico sollievo era la rassegnazione ispirata nel suo animo da un grossolano sentimento religioso. Da queste condizioni di vita era facile dare sfogo all’istinto della vendetta che sorgeva spontaneo nel suo  animo
      Il Governo Piemontese venuto a conoscenza di questo movimento legittimista, allo scopo di rendere malvisti agli occhi del popolo i vari Aquilecchia, Fortuna, Rapolla ecc., istigò i contadini ad occupare le terre che queste famiglie possedevano. Il tentativo ottenne effetti contrari in quanto Crocco ed i suoi uomini, organizzano i contadini, affinché questi inscenassero una tumultuosa manifestazione per ottenere l’assegnazione delle terre demaniali in possesso dei comuni.
       L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli detto Crocco di Rionero in Vulture.  Intorno a Crocco accorsero tutti i ribelli, uomini poverissimi, spinti dalla fame e  dalle persistenti ingiustizie sociali a mettersi contro il potere costituito nella eterna illusione che un mutamento di governo li sollevi dalla miseria.
       Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi, quello di Ripacandida fu il suo preferito, dove ancora oggi si possono ammirare le numerose grotte che nascosero i briganti agli occhi dei Piemontesi e gli angusti sentieri utilizzati dai briganti per entrarvi ed uscirvi. Molti sono coloro i quali percorrono i sentieri e perlustrano le grotte alla ricerca del tesoro dei briganti, mai trovato, e che la leggenda  e le supposizioni logiche vogliono sia ancora nascosto nel bosco di Ripacandida.


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