Vi è raffigurata una Madonna in Maestà, seduta su un trono marmoreo con alto dossale, absidato e concluso da un catino a conchiglia, affiancata dai Santi Pietro e Paolo entro archetti trilobati dai quali sporgono due angioletti con strumenti della Passione, verso cui si indirizza lo sguardo del Cristo infante. Una decorazione esuberante invade stipiti e mostra dell'arco, orla il manto della Vergine, il cuscino con le nappe, il libro dei due santi.      L'esecuzione è affrettata e disinvolta con il consueto ricorso a profilature e rialzi di biacca. La data segnata sull'affresco è il 1498 e la parentela anagrafica di Antonello con Giovanni Palumbo di Chiaromonte, che quattro anni prima firma e data il trittico murale della chiesa del Calvario di Maratea, è confermata dal plagio della nostra immagine da quella analoga di Maratea.
      Antonello è riconoscibile in un altro affresco, datato 1517, nell'absidiola della cappella dell'Annunziata a Rivello: un'Ascensione in cui angeli con preziose tuniche svolazzanti e maniche a sbuffo circondano e sollevano la mandorla col Cristo in Maestà. L'opera, purtroppo, è scarsamente leggibile, perché in gran parte ancora ricoperta dallo scialbo e pesantemente ritoccata.
      Ancora un'opera sua era in un'edicola affrescata nella Rocca di Calciano: una Madonna di Loreto fra S. Michele e un santo vescovo e, nella lunetta sovrastante, un Cristo in Pietà contro una dilatata veduta di paese, irto di pinnacoli e campanili, con cinta muraria e porte urbiche. E qui, ad una data che non va oltre il secondo decennio del '500 - per via dell'armatura del San Michele, identica a quella dell'arcangelo del polittico di Simone a San Chirico Raparo - Antonello è in bilico fra il fratello Giovanni, di cui adotta i panni da parata, vermicolati a ramages, come a Maratea, e Nicola da Novasiri, timidamente richiamato nella grafia della linea disegnata e sottesa dai rialzi di biacca visti a Senise.
      Quest'affresco in passato era stato attribuito come primizia a Giovanni Todisco da Abriola (9) insieme ad una modesta icona murale della Madonna - dichiarata di Costantinopoli, ma in 
realtà di Loreto - in Santa Maria di Principio a Lavello, che ora riconosciamo ad Antonello. La data, purtroppo, è abrasa, ma andrà collocata dopo l'affresco di Calciano.
      L'autografia delle opere finora recuperate è affidata soprattutto a taluni idiotismi come l'esuberanza decorativa, intesa ad impreziosire damaschi ed estofadi con bizzarre ed estemporanee invenzioni dell'ornato, con inclinazioni, dunque, dichiaratamente valenzane.
Il trapasso dall'icona di Lavello agli affreschi di Ripacandida è quasi immediato, e basta il raffronto con la Giustizia e con il gruppo delle donne della Visitazione a renderlo convincente.

Altra verifica può istituirsi fra il San Michele della Rocca di Calciano e la stessa Giustizia di Ripacandida nella definizione della bilancia o nel modo di impugnarla.
      Gli affreschi di San Donato segnano il momento di maggiore avvicinamento allo stile di Nicola: visi addolciti, vitini da vespa, scioltezza del disegno con marcatura della linea di contorno, resa prospettica, sia pure intuitiva, e ricorso a definizioni di ambiente,

 

quali esterni con case balconate e bifore o interni chiesastici con slanciatissime colonne e pilastri.  Il carattere popolaresco investe ambienti e personaggi con rapidi notazioni descrittive.

 

     Nella Natività un pastore allieta le pecore col suono della zampogna ed ha il cane in ascolto ai suoi piedi e la botticella con la ciambella del pane appesa all'albero adiacente; nell'Annuncio, dove Gabriele ha ali da rapace ed una tunica che atterra in un mare di pieghe, per rendere più familiare il significato dell'Incarnazione è l'Eterno che plana recando l'offerta del Bambino già cresciuto. 

Il senso didascalico è sottolineato da scritte in volgare che quando non trovano spazio disponibile scantonano fuori campo. Sono massime di sapienza contadina: "INFERNO NON HABET" ( e, fuori del rotolo) "REDECIO"; oppure "LOMO VOLE ESSERE FORTE COTRA LO DIMONIO", fatto sbordare lungo la cornice adiacente; e, sul rotulo di una "SEBILLA", "VA[DE] RET[RO] SATANAS", col seguito graffito sotto al rotulo. 

 

      È quasi ovvio ipotizzare che a sua volta Antonello disponesse di aiuti. A loro è affidata la redazione dell'Inferno nella parete destra entrando. Qui si scatena la bizzaria del più esagitato espressionismo popolaresco, con scadimento di qualità ma con notevole estro nel sabba demoniaco intorno alla città di Dite ed abbondanti didascalie per i vari tipi di reprobi. 
      Rimane ora da individuare l'identità del primo maestro, autore delle storie bibliche. Dai più si è ammesso che si tratta certamente di un pittore di estrazione locale, perché si compiace di notazioni tratte da un ambiente a lui familiare e traduce eventi storici in episodi di una quotidianità feriale, con la complicità e la naturalezza di un recitativo di paese (10) .