Storia

Categoria: Turismo
Pubblicato Sabato, 07 Dicembre 2013 12:50
Scritto da Super User
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Nei regni di Sicilia - dopo re Ruggiero - successero l’un dopo l’altro, i due re normanni Guglielmo il Malo e Guglielmo II° detto il Buono (n.1153 – m. 1189). La prima luce intorno a Ripacandida balza ai tempi di questo re. - La notizia precisata dai documenti del R. Archivio di Stato di Napoli ci illumina, relativamente, l’ambiente e l'epoca. Nel Catalogus Baronum vengono evidenziate notizie di grandissimo onore per Ripacandida, precisamente la partecipazione di nostri compaesani alle guerre sante contro i saraceni. Alla terza crociata per la liberazione dei luoghi santi dagli infedeli, Sotto Guglielmo II°, pur essendo dispensati dal parteciparvi direttamente tutti e tredici i baroni presenti sul territorio di Ripacandida inviarono loro soldati e ben 9 vi parteciparono personalmente, dimostrazione eclatante del fervido sentimento religioso di cui Ripacandida diede grande prova, tanto più che su 1490 baroni del Regno delle due Sicilie appena 54 partirono volontari di questi ben nove erano Ripacandidesi. I nostri crociati al ritorno dalla Terra Santa, in memoria dei loro combattimenti e delle loro fatiche vollero dedicare la loro maggiore chiesa alla Regina dei Martiri. Il popolo di Ripacandida, in tempi remoti, a riconoscenza dei suoi antichi eroi dedicò ad ognuno di loro una strada, ancora oggi esistenti ed a loro intestate, tranne quelle intestate a Ugo Ugerii e Cetrus Cetilia, colleganti Via L. Chiari a Via Vitt. Emanuele, in quanto nel tempo, in parte, sono state cedute a privati e quindi chiusi gli sbocchi su via Chiari venendo così inglobate in Via Vitt. Emanuele, perdendo, il titolo di strada.

 

I Nobili di Ripacandida partecipanti alla III crociata, sotto il comando del Barone Feudatario Ruggero Marescalco, furono: Barone Matteo de Leonibus, Barone Guglielmo de Leonibus, Barone Roberto Guismondi, Nobile Gregorio, Nobile Guglielmo, Robertus Inboldo, Barone Ioczolino, Nobile Pantaleone, Barone Andrea Guarnieri, Barone Gregorio Montanari, Barone Ugo Ugerii, Barone Cetrus Cetilia. Questa numerosa partecipazione getta una luce rivelatrice sul passato - ci permette di parlare con sicurezza di questa terra, e ci dimostra, in direttamente, che vantava la sua esistenza anche prima del regno di questo re. Difatti, se non fosse stato così, noi dovremmo pensare che Ripacandida sia apparsa, improvvisamente, alla ribalta della storia ai tempi normanni - ed avrebbe avuta la sua fisionomia iniziale e la sua fondazione originaria tutta normanna. Vale a dire, ai tempi delle crociate contro gli infedeli, quando le armi cristiane vittoriose andavano a difendere il sepolcro di Cristo ed erano in movimento migliaia di cristiani. In quegli anni, quando ogni cittadino si trasformava in un crociato, ed aspirava a riposare sotto le mura di Gerusalemme.


 

Viceversa, noi da questi riflessi - apprendiamo chiaramente, che quello non era il suo stato embrionale, e perciò le sue origini dovevano essere molto più antiche di quell’epoca. Questa affermazione si rafforza al riflettere che non si poteva improvvisare, da un momento all’altro, un grosso centro abitato. Queste considerazioni ci autorizzano ad affermare, con fondatezza, che la sua epoca è ultra normanna e ultra longobarda. Dal Catalogo dei baroni si apprende che Ripacandida dipendeva dalla comestabilia, il supremo comando delle armi, di Tricarico e faceva parte del principato di Taranto. Principato che governava per tramite dei Conti, dei Contestabili e dei Feudatari. Il feudatario di Ripacandida era Ruggero Marescalco. Però, la mancanza di documenti e di notizie cronistoriche al riguardo, non ci permette di stabilire, con certezza, altro prima dei tempi anzidetti. Va evidenziato, però, che Ripacandida è attorniata da una vasta necropoli, in località Macchia, in anni recenti, durante degli scavi per civili costruzioni sono venuti alla luce resti risalenti al VII-IV secolo a.C.: Tombe, scheletri, monete, vasi in bronzo lavorato, una abitazione con all’interno un focolare, pavimenti, mosaici, armi e armature, ceramiche di terracotta, vasi italo-greci a venice nera e iscrizioni su lapidi, reperti conservati nel Museo Nazionale Archeologico di Melfi, che dimostrano ampiamente che Ripacandida (Ripam Candidam) nome attestato nel 1150 sorse su un precedente insediamento pre-romano databile fra il VII e il IV secolo prima di Cristo, e quindi alla Magna Grecia, come si evince da alcuni vasi di ceramica e dallo studio filologico dell’idioma dialettale che ci richiama alla lingua greca.

 

 I suoi fondatori furono probabilmente le popolazioni greche che colonizzarono parte dell’Italia Meridionale, creando quella che in seguito venne chiamata Magna Grecia. E’ in questo periodo che, probabilmente, sbarca il prodotto più caretteristico e rappresentativo delle nostre terre. Il vitigno Aglianico, il suo nome potrebbe derivare da Eleanico, cioè proveniente dall’antica città di Elea, situata sulla costa tirrenica della Lucania. Si potrebbe anche attribuire all’arrivo degli Hellenici, sulle coste joniche di questa regione, l’introduzione di questo vitigno nelle coltivazioni italiche. Antiche testimonianze storiche e poetiche sulla presenza di questo caratteristico vino risalgono agli albori dell’epoca romana (una moneta bronzea, raffigurante l’agreste divinità di Dionisio il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, fu coniata nella zona di Venosa nel IV secolo a.C.), successivamente il poeta latino Orazio (nativo proprio di Venosa) decantò le doti di questa meravigliosa terra e del suo ottimo vino. Pur rimanendo Ripacandida il cuore della zona di produzione del vino aglianico, al quale è stata riconosciuta nel 1971 la D.O.C., ha dovuto cedere ad altri paesi limitrofi il primato della quantità di uva prodotta ma non certamente il primato della qualità.


 

La tradizione vuole che Ripacandida, in passato, fosse situata più a valle verso la zona denominata “macchia” e si chiamasse Candida. Per difendersi dalle invasioni dei barbari si trasferì sulla ripa, e di conseguenza cambiò il nome in quello attuale. In alcune ordinanze degli Angioini Ripacandida é riportata come Castrum Ripae Candidae. Ripacandida fu poi fortificata dai Longobardi che la cinsero di alte mura, inframezzate da torri, due solo erano le porte che le davano accesso, la principale, posta a levante, chiamata di San Domenico, e l’altra, posta a ponente, chiamata Porta Valle. Da documenti raccolti dalla Cancelleria Angioina, si apprende che il Castello di Ripacandida, nel 1267 fu concesso in custodia, da re Carlo a Giovanni, suo nunzio. Quattro anni dopo il signore di Ripacandida era Gaufrido Gazarello. Negli anni successivi si hanno notizie del nostro paese allorché viene chiamato a partecipare a spese per la ricostruzione di castelli quali quello di Melfi, di San Nicola dell’Ofanto. Ostile alla successiva dominazione Sveva, nel 1268 si schierò con gli Angioini (che in quello stesso anno avevano domato la rivolta ghibellina sconfiggendo a Tagliacozzo Corradino di Svevia, l'ultimo discendente della dinastia sveva degli Hohenstaufen).

 

A Roberto di Ripacandida, Federico II dà l’incarico di custodire in paese alcuni prigionieri lombardi, probabilmente custoditi in un vicino caseggiato per questo denominato lombardomassa. Dopo i Signori vicini agli Angioini fu infeudata a varie famiglie nobiliari, alcune delle quali parteciparono alle Crociate (Trizzarello, Filippo della Leonessa, Sergio di Siginolfo). Coinvolta nelle alterne vicende del conflitto tra Aragonesi e Francesi per il possesso del Regno di Napoli. Ripacandida parteggiò per i Francesi, quando Montpensier era assediato in Atella, Ferdinando II° e Consalvo di Cordova, per togliere ai Francesi ogni via di scampo, l’assediarono e la presero. Nella guerra che succedette tra il Duca di Nemours e Consalvo, questi inutilmente cercò di assoggettarla. Cadde quando fu cinta d’assedio dall’esercito comandato dallo stesso re cattolico, che rimase irritato ed ammirato allo stesso tempo per tanta eroica e tenace resistenza dimostrata. Ripacandida passò, quindi, di feudo in feudo: Nel 1283, risulta che a Lorenzo Rufolo, procuratore e maestro del sale della Puglia, viene affidato il baliato dei piccoli figli del quondam Goffredo di Terravilla, soldato, possessore delle terre di Santa Sofia, Ruoti e Ripacandida. Dopo questa notizia si ha un vuoto di circa due secoli, Ricompare quale feudo dei Caracciolo allorchè (nel 1478 Troiano Caracciolo ,col titolo di Conte, si trovò a dover gestire l’afflusso di profughi albanesi, sistemandoli una parte nel borgo “Cantone”, ed un’altra nel vicino territorio di Lombardomassa, dando così inizio ad un nuovo paese, chiamato poi Ginestra).

 

Nel 1528 il feudo viene tolto da Carlo V° ai Caracciolo, rei di aver patteggiato per i Francesi e dato ai Grimaldi di Monaco. In alcuni scritti si narra una spavalderia dei Ripacandidesi, allorché nel 1528, mentre passava parte dell’esercito di Lautrech, inviato con Pietro Navarro contro Melfi, sotto le mura di Ripacandida vennero scagliati pezzi di pane duro e formaggio sfatto. Solo l’atteggiamento calmo del loro comandante impedì che quest’esercito puntiglioso e voglioso di saccheggi venisse alle armi. Notizie su Ripacandida si ricavano da alcune cronache della battaglia di Lepanto del 7 Ottobre 1571, alla quale parteciparono cittadini di Ripacandida. Il 22 dicembre 1642, Onorato Grimaldi tradì, a sua volta, la fiducia della spagna, aiutando i francesi, e per punizione gli venne sottratto il territorio di Ripacandida che fu devoluto alla Regia Corte, che lo mise in vendita, insieme a Ginestra. Asta che fu aggiudicata il 25 marzo 1643, per 18.000 ducati, a Giuseppe Caracciolo di Torella. Il quale, solo il 22 Aprile 1655, dopo molte peripezie, ottenne da Filippo IV° il sospirato assenso all’acquisto. Il banditore d’asta, nell’apprezzare Ripacandida, così descrisse i Ripacandidesi “…sono di buono aspetto e di bella vista…. Le persone civili vestono di drappi fini conforme li tempi con le loro donne, et dormono sopra matarazzi fini con altre comodità; li ordinari vestono di panni ordinarij e foresi et le loro donne anco; le dette donne si esercitano a lavorare, filare, tessere et altri esercizi di casa e non faticano nelle campagne”. I Caracciolo acquistando Ripacandida, Ginestra, Monteverde, Rapolla, Barile, Lavello volevano competere in prestigio e ricchezze con l’altra potente famiglia del Vulture-Melfese i Doria che, a loro volta, detenevano, insieme ad altri tenimenti, Melfi. Giuseppe Caracciolo il 29 Maggio 1655 vendeva Ripacandida e Ginestra, per 30.000 ducati, ad Alfonso Boccapianola di Napoli, che nel frattempo aveva ricevuto dal Re di Napoli la nomina a Duca di Ripacandida. Al termine della guerra dei trent’anni fra la Spagna e la Francia, l’11 Gennaio 1661 il Principe di Monaco veniva reintegrato nel possesso dei suoi beni che gli erano stati sottratti nel 1642, fra questi anche il territorio di Ripacandida. In tale data risulta che Sindaco di Ripacandida era Simone Nedeo e consiglieri comunali Giuseppe Sapio e Donato Di Mauro. Nel 1667 scoppia una nuova guerra fra Spagna e Francia, di nuovo Ripacandida veniva sottratta ai Grimaldi e ceduta alla Regia Corte, insieme a Campagna, Canosa, Terlizzi, Monteverde e Ginestra, che la detenne fino al 1696.

 

Il 9 Febbraio 1696 Ripacandida e Ginestra vennero messe all’asta e di conseguenza acquistate, per 12.921 ducati, da Giuseppe Tironi. Alla morte del Tironi passò alla moglie Giulia Gaudioso. Nel 1716 Ripacandida passò alla figlia di questa la quale era andata in sposa al Duca Tommaso Mazzacarra che divenne, così, anche Barone di Ripacandida ed ultimo suo padrone fino al 1806. Il Duca Mazzacarra è fra i pochi se non l’unico che la memoria storica del nostro paese ricordi. Rimembranza dovuta al fatto che praticò il “ius primae noctis” il diritto di giacere con le donne la prima notte delle loro nozze. A questo ed altri soprusi si opposero in molti a Ripacandida. La leggenda narra che uno sposo si travesti con i panni della propria donna e si recò al castello per sottostare al diritto del Duca, durante i primi approcci estrasse un coltello e lo evirò, questa la leggenda, la storia ci dice che in effetti l’Avv. Nicola Chiari, padre del famoso Chirurgo Leopoldo, ricevette dal Duca l’assoluta potestà della spada, nelle terre di Ripacandida. Spada che il Chiari brandì per intimare allo stesso Duca di non tornare più a Ripacandida. Lo stesso Chiari distribuì le terre usurpate dal Duca ai legittimi proprietari e bandì le prime elezioni. Il popolo Ripacandidese per riconoscenza lo acclamò Sindaco. Tra il Cinquecento e il Settecento Ripacandida fu sede di uno studio di teologia ed ebbe rinomanza culturale. Un benemerito cittadino di Ripacandida, Carmine Mininni con il grado di Capitano delle camice rosse, accompagnò Garibaldi nelle battaglie da questi combattute per l’unificazione dell’Italia, trovando la morte sotto le mura di Spoleto.